Il post l’ho letto tutto, ovviamente, e l’ho trovato tutto sommato equilibrato. Quanto meno, più equilibrato di tante difese a spada tratta di Giorgio Bocca che ho letto qua e là, su siti e social network, in cui la razionalità non mi sembrava molto di casa.
Sì, si dovrebbe giudicare un’opera di una persona senza tenere in esame anche la persona stessa che l’ha fatto. Anzi: si dovrebbe? Ho dei dubbi. Credo che intenzione, risultato e modo siano tutti elementi da tenere in considerazione nel valutare un qualcosa che viene fatto. Ma forse divago.
Una piccola notazione, però, la faccio. Quando parli di “giornalista partigiano”, volente o nolente, una connotazione etica la dai. Come la danno quasi tutti quelli che hanno parlato di Giorgio Bocca in questi termini. “Partigiano” è descrittivo, sì, ma cosa descrive? Una scelta etica, “di campo”. Sappiamo tutti di quali significati storici e sociali è carico questo termine. E lo ripeti più volte, nel tuo post.
Io ho cominciato a maturare una teoria, al riguardo. Per come il termine “partigiano” sia stato usato per difendere Bocca dalle accuse di xenofobia e omofobia e altre approssimazione giornalistica (quindi in relazione al suo “mestiere di giornalista”). Una teoria che - tristemente, eh - vede il partigianesimo come una sorta di pass-partout per tutte le azioni successive. Un “Eh, ma è stato partigiano” che permette di sorvolare su aspetti che, onestamente, non me la sento di mettere in secondo piano.
Giorgio Bocca, grande giornalista (affermazione che ho visto smentita in maniera convincente, per altro). Considerava quelli del Sud come delle cimici sozze e senza cultura. Odiava anche un po’ i froci, gli davano noia come Pasolini. Però è stato partigiano.
Io, se tolgo quest’ultima frase - “Però è stato partigiano” - non vedo un gran personaggio da esultare. È come se domani mi svegliassi e cominciassi a cantare le lodi di Borghezio.
*ps: rispondo pubblicamente, mi pare abbia senso